AMICI DELLA TERRA |
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Manifesto per uno sviluppo sostenibile Un
flusso di emergenze vecchie e nuove il cui
intreccio costituisce la questione
ambientale occupa stabilmente la scena
nazionale. Non cè campo della vita sociale che
non sia toccato in via diretta o riflessa -
dallambiente alleconomia, dalla salute alla
cultura. Non cè periodo dellanno che non sia
percorso da una o laltra emergenza: frane,
alluvioni, terremoti, vulcanismo; sicurezza alimentare;
cambiamento climatico; traffico, congestione;
inquinamenti; rifiuti; risorse idriche; incendi boschivi;
abusivismo; biotecnologie, e così via. Questo
flusso continuo viene amplificato dai mezzi
dinformazione. Ma le singole emergenze sono
trattate in modo intermittente: finché fanno notizia
occupano le prime pagine, poi vengono dimenticate;
raramente acquisiscono lo status di
problemi politici da seguire con assiduità; e mai se ne
dà uninformazione completa ed attendibile. Sono
solo cronaca, come i delitti. Lo
stesso avviene ai piani alti della politica: si
inseguono le emergenze, ma di rado si affrontano le cause
che le producono. Sono infatti considerate questioni
minori: cronaca, appunto. Trascurate dalla politica, tali
questioni assediano l intendenza e la
mettono in scacco; ma rimangono irrisolte. Questo
flusso di cronaca rivela una clamorosa diversità di
percezione tra società e istituzioni. È in atto un
mutamento profondo nella cultura e nelle aspettative dei
cittadini che condizionerà sempre più, non solo il
mercato dei consumi, della produzione e degli scambi, ma
anche la formazione del consenso elettorale, il mercato
politico. Pochi, però, nella classe politica se ne
rendono conto. Ciò
non vuol dire che, sullambiente, si sia
allanno zero o che non siano stati conseguiti
successi, anche importanti. Vuol dire invece che,
malgrado i risultati ottenuti nellultimo
quindicennio, nel complesso il bilancio è in rosso ed
oggi ci si ritrova a un punto di crisi. Si è ottenuto
quel che si poteva ottenere con il comando/controllo
allitaliana: normative rigide e severe, controlli
approssimativi, abnormi dimensioni del sommerso. Si è
avuto successo in molte misure puntuali a carico delle
imprese industriali (perché è facile fissare limiti e
standard), ma si è fallito sulle questioni che
richiedono vere e proprie strategie e unazione
pubblica efficace. Su uno
degli obiettivi più ambiziosi, la riduzione delle
emissioni di gas serra, si registra un netto
peggioramento. Il governo italiano ha assunto
limpegno di diminuire tali emissioni, entro il
2012, del 6,5% rispetto al 1990; ma negli ultimi anni le
emissioni sono aumentate del 7%, sicché lobiettivo
è praticamente raddoppiato. E intanto la Commissione
europea nel Sesto programma dazione ambientale
prospetta una riduzione del 70% - praticamente un Fattore
4 - nel lungo periodo. Le cause
del fallimento? Carenze croniche dellintero sistema
nazionale, ma anche fattori specifici, di governo:
perché la questione ambientale non può essere lasciata
a un ministero mentre tutto il governo rema contro; e
perché finora in Italia sono state prodotte molte
leggi ambientali - tanto da dar vita a una nuova forma
dinquinamento, quello legislativo -, ma non è
stata mai costruita una politica. È questo il vero
problema. Manca
lattrezzatura di base necessaria per
lelaborazione e la verifica delle politiche,
soprattutto per quanto riguarda le informazioni sullo
stato dellambiente e la valutazione
dellimpatto complessivo dei provvedimenti. Il
sistema dei controlli non garantisce conoscenza né
certezza del diritto. Le procedure burocratiche,
ridondanti e barocche, opprimono le imprese senza
tutelare seriamente lambiente. La stessa
legislazione ambientale, che pure rappresenta il
risultato più consistente, andrebbe profondamente
rivista a fini di semplificazione, armonizzazione,
efficacia. Tra le diverse aree del paese permangono gravi
squilibri in termini di gestione del territorio, di
attività sommerse ed abusivismo. È
inadeguata tutta la politica di governo, la quale stenta
a tener dietro, non solo alle emergenze ambientali, ma
anche alle innovazioni della scienza e delle tecnologie
ed alle grandi trasformazioni in atto nelleconomia
e nella società. Chi si
occupa di ambiente, di tecnologie o comunque di problemi
a forte contenuto scientifico o di conoscenza trova in
Italia un contesto sfavorevole: disattento, fazioso,
impreparato. Manca la cultura del confronto sul merito
delle questioni. La politica nazionale non ha
dimestichezza con i problemi dimpatto economico e
sociale delle tecnologie, non sa usare la valutazione
scientifica (non a caso gli enti scientifici nazionali
hanno una storia fallimentare), non sa trovare risposte
adeguate. Quel che si pratica è il conflitto di
principi, ideologico, poco attento ai fatti e dati reali:
il conflitto assoluto, approssimativo e quasi sempre
paralizzante. Difficile
trovare tra gli antagonisti cavalieri senza macchia e
senza paura. Da una parte, quegli ambientalisti che
dicono sempre e comunque di no, ai quali si sono aggiunti
negli ultimi anni gli opportunisti o ecofurbi
che, per ottenere posti e prebende, dispensano protesta o
consenso a seconda delle amicizie politiche.
Dallaltra parte e in modo speculare, gran parte
della classe dirigente, i cui istinti animali
portano fatalmente allappalto facile e
allelusione normativa. Per molte piccole e medie
imprese gli standard di qualità ambientale sono solo un
ostacolo alla competitività, come il prelievo fiscale.
Molti amministratori pubblici continuano a ritenere la
dissipazione delle risorse naturali una condizione
indispensabile dello sviluppo economico; disprezzano i
paesaggi, che ai loro occhi valgono ancor meno dei beni
artistici e culturali. Sicché, dal loro impegno nelle
istituzioni deriva un costante impoverimento culturale ed
ecologico del paese. Con simili attori, si pensa davvero
di poter risolvere problemi? Ciò non
deve far dimenticare però il malessere reale di cui
tutti soffrono: gli amministratori pubblici incontrano
difficoltà oggettive nella selezione e nella
realizzazione degli investimenti; le imprese sono
oppresse dalle procedure burocratiche. Ma è soprattutto
il punto di vista ambientale che cerca uno spazio e un
peso assai maggiori che in passato. Chi si occupa di
ambiente allo stesso modo di chi si occupa di
paesaggio o di beni culturali percepisce la
propria azione come minoritaria e tendenzialmente
perdente, si sente sovrastato dai processi reali, è
costretto a misurarsi con decisioni economiche chiuse
nella propria settorialità e aggredibili solo su aspetti
minori (ad esempio, la VIA). Ed ecco il
paradosso politico: le questioni ambientali, che quasi
quotidianamente mettono in crisi il sistema e andrebbero
quindi governate, sono considerate marginali da gran
parte della classe politica; tali da non dover
pesare, se non in misura residuale, sulle decisioni di
governo e da non richiedere neanche una conoscenza
approfondita. Da anni, i nostri governi sottoscrivono
nelle sedi internazionali impegni ambientali che pochi
politici, in Italia, conoscono. Comè già avvenuto
per lunificazione europea, la cosa non provoca
dibattiti di merito, ma declamazioni insignificanti
quanto solenni. Nella realtà, non si è ancora deciso se
valga la pena di occuparsene. Si
rimane così fermi ai termini primitivi del conflitto
ambientale, mentre la realtà prende il largo, ci
sopravanza, e la questione ambientale si evolve fino a
porre una sfida nuova e a identificarsi con
lesigenza di una svolta politica generale. Non è
questione di etichette. La questione ambientale
non è di sinistra, né di destra: è una grande
questione nazionale e internazionale, che attraversa
tutti gli schieramenti politici e condiziona, sia
lacquisizione del consenso, sia la qualità dello
sviluppo. Non è
quindi riducibile alle proteste organizzate, né alla
cifra elettorale di un piccolo partito come quello dei
Verdi. Il suo rilievo va ricondotto al protagonismo
crescente dellopinione pubblica, ai suoi
orientamenti, agli interessi e valori che essa considera
indisponibili e sovraordinati rispetto alla politica. Tra
questi (tutti i sondaggi lo confermano) lambiente,
i beni culturali, il territorio sono stabilmente nella
fascia alta delle preoccupazioni. Al
contrario degli ambientalisti e degli industriali, la
grande maggioranza dei cittadini/consumatori non ha
attitudini né capacità di protesta e neanche di lobbying;
come si usa dire, non ha rappresentanza. Tuttavia ha
larma più potente: quella di determinare le
tendenze che cambiano il mercato e la stessa competizione
politica. Spetta perciò alla politica, al governo
rappresentare queste tendenze, senza
subordinarle sistematicamente agli interessi costituiti,
e offrire gli opportuni sbocchi politici. La
questione ambientale fa parte oggettivamente delle
priorità del paese; e il nuovo governo se la troverà
sul tavolo, a prescindere dalla sua volontà. Dovrà fare
i conti con un intreccio di questioni che condizionano la
vita di tutti i giorni e hanno a che vedere con il
lavoro, lambiente, la salute, la cultura -cioè,
con il benessere-, talune croniche, altre di tipo nuovo.
Ne citiamo alcune, tratte dalle cronache più recenti. Dissesto
idrogeologico, frane, alluvioni, rischio sismico.
Enfatizzati nelle emergenze, questi problemi - che
producono gravissimi danni allambiente e
alleconomia e minacciano lincolumità e le
proprietà dei cittadini - svaniscono nellordinaria
amministrazione. Ma tornano sempre. Perché a livello
centrale non è mai stata varata una politica di
prevenzione; e neanche su scala locale dove peraltro,
più che il colore politico delle giunte, contano i
diversi livelli di evoluzione culturale e istituzionale.
Da trentanni si cita la Commissione De Marchi - un
modello esemplare dindagine parlamentare e di
elaborazione strategica - come occasione mancata. È di
destra o di sinistra occuparsi di queste cose? Noi
poniamo una domanda più sensata: ma che razza di
politica è quella che lascia andare in rovina il
territorio del proprio paese? Sicurezza
alimentare. Tra tanto rumore e tanta confusione,
cè una certezza: questi problemi sono appena agli
inizi; e si riproporranno con sempre maggior forza
finché non si metterà mano a un sistema serio di
garanzia della qualità e della sicurezza, ma soprattutto
a politiche agricole lungimiranti e sostenibili. Anche
gli scettici devono convenire che la vicenda della
mucca pazza è un paradigma
dellinsostenibilità del vecchio tipo di sviluppo.
Quanto agli organismi geneticamente modificati,
limpressione prevalente è di unassoluta
sottovalutazione del loro potenziale innovativo e,
soprattutto, di un disimpegno dalla ricerca, che ci priva
dello strumento indispensabile per governare il problema. Cambiamento
climatico, desertificazione. Si tratta di
problemi importanti, non perché minaccino oggi le nostre
vacanze al mare, ma perché esiste la possibilità che,
se non si interviene adesso, nella lunga prospettiva si
verifichi una catastrofe. A Rio de Janeiro, nel 92,
la comunità internazionale si è posta un problema: che
cosa succederà quando - come tutti si augurano - lo
sviluppo economico coinvolgerà aree immense e
sovrappopolate, mai toccate in passato, aumentando a
dismisura linquinamento? La risposta è stata che,
in assenza di certezze scientifiche, gli stati devono
agire con criteri precauzionali. Molti politici pensano
che non sia serio occuparsi di tali questioni. Ma il
nuovo governo lo dovrà fare: sia per lurgenza dei
problemi interni, sia per i vincoli che derivano da un
contesto internazionale che lascia margini sempre più
ridotti alla discrezionalità degli stati. Sta qui
un altro paradosso: lurgenza dei problemi interni
ci spinge verso un approccio politico che corrisponde
pienamente agli indirizzi di sviluppo sostenibile
definiti a livello internazionale e comunitario; ma le
carenze del nostro sistema hanno finora impedito un
impegno serio in tal senso. Ci ritroviamo perciò
incalzati da un processo internazionale che mal
conosciamo e che anzi provoca un diffuso scetticismo.
Ancora una volta, si ripropone la categoria del ritardo,
come chiave interpretativa della situazione italiana. Nellultimo
decennio, la comunità internazionale ha incardinato
lindirizzo di sviluppo sostenibile, di cui
lAgenda 21 e la Dichiarazione di Rio costituiscono
il quadro esplicativo generale, in un processo
negoziale di grande portata che, malgrado difficoltà e
lentezze, appare ormai consolidato ed evolve verso forme
vincolanti delle politiche degli stati, come
dimostrano il Protocollo di Kyoto sulla riduzione di gas
serra e quello di Cartagena sulla biosicurezza. A
livello europeo, tale indirizzo ha ottenuto il massimo
rilievo formale con linserimento nei Trattati
dellUnione; registra inoltre importanti
approfondimenti operativi, sia nei programmi di azione
ambientale, sia nei principali documenti programmatici.
Sono questi elementi, assieme ai protocolli attuativi
delle tre Convenzioni globali (cambiamenti climatici,
biodiversità, desertificazione), a configurare ladozione
di una strategia di sviluppo sostenibile come un vero e
proprio obbligo politico e giuridico, un
vincolo esterno che si riverbera sulla scala
nazionale e locale. Sarebbe
un errore dare una valutazione riduttiva del processo
avviato a Rio de Janeiro o attribuire ad esso una valenza
più moralistica che politica. Quella che può essere
considerata il precedente di Rio la Conferenza ONU
di Stoccolma del 1972 sullambiente umano ha
avuto effetti di grandissimo rilievo. Dopo Stoccolma, in
tutto il mondo democratico la questione ambientale è
stata incardinata nelle politiche pubbliche, sono stati
istituiti ministeri dedicati e agenzie tecniche, la
normativa ambientale è diventata un filone permanente di
regolamentazione, la spesa ambientale è notevolmente
aumentata, il negoziato internazionale ha prodotto decine
di trattati e convenzioni. È
improbabile che, nella lunga prospettiva, la Conferenza
di Rio produca effetti meno imponenti. Con Rio, si chiude
la fase iniziata a Stoccolma e se ne avvia una nuova.
Lattenzione politica si sposta dalle misure
ambientali settoriali alle prestazioni dei sistemi
economici, siano essi nazionali o regionali. Preoccupa
che su tutto questo, in un decennio, non siano stati
operati in Italia seri approfondimenti e verifiche. In
molte occasioni, sia a Rio che nel successivo negoziato
internazionale e nelle stesse sedi comunitarie,
lItalia ha assunto un ruolo di punta, aggregandosi
in genere agli stati più avanzati. Ma, ad una verifica
di qualità e di efficacia, lattivismo italiano
appare povero di contenuti concreti; gli impegni
internazionali non hanno significative conseguenze
allinterno. Ne deriva una sorta di asimmetria tra
teoria (gli impegni formalmente assunti) e prassi, che
pone problemi più complessi di quelli affrontati in
passato in relazione ai ritardi nel recepimento della
normativa comunitaria. È come se i governanti italiani
lasciassero in valigia le carte che sottoscrivono a
Bruxelles o nelle sedi del negoziato globale. Agli
omaggi rituali allo sviluppo sostenibile ridotto
al rango di giaculatoria non fanno seguito
attività conoscitive, di approfondimento e ricerca, né
confronti tra istituzioni e società su ipotesi concrete
di obiettivi, strategie, risorse e strumenti. Rio non
esiste nella cultura politica italiana. Gli stessi enti
scientifici nazionali, su questo punto, sono di fatto
fuori dal circuito internazionale, improduttivi.
Bisognerà continuare ad arrangiarsi con carte inglesi o
tedesche e a guardare da lontano i paesi più dinamici
del Centro-Nord Europa. E' bene
cogliere le implicazioni operative che derivano
dallindirizzo di sviluppo sostenibile. Non ha
senso, ad esempio, discutere ancora se la normativa di
tutela ambientale debba o no essere limitata o resa più
permissiva. Questo non è più in discussione, tanto meno
nelle sedi nazionali. Se cè una certezza per
lavvenire è che tale normativa, come quella sulla
sicurezza, si estenderà sempre più e diventerà sempre
più severa; analoga evoluzione subiranno le norme
tecniche volontarie sulla qualità dei prodotti e dei
processi. Tuttavia,
le misure di tutela ambientale end-of-pipe non
sono sufficienti per orientare il sistema economico verso
gli obiettivi di sostenibilità ecologica; per cui è
necessario intervenire a monte. Lindirizzo di
sviluppo sostenibile, nato nellambito ambientale,
tende così a superarlo per influenzare linsieme
delle politiche di governo, da cui dipendono, insieme, il
progresso economico e le pressioni sullambiente.
Vengono prefigurate riforme strutturali
nelleconomia e nei settori chiave - nel merito
delle politiche, nelle procedure, nella strumentazione
tecnico/scientifica -, principalmente mediante
lintegrazione degli obiettivi di sostenibilità
ecologica. Non è
realistico, infatti, pensare di ottemperare agli impegni
internazionali e comunitari che costituiscono
ormai un complesso imponente -, e neanche di perseguire
obiettivi specifici di sostenibilità (ad esempio, gli
impegni di Kyoto) a sistema invariato, con
leconomia e lamministrazione orientate in
modo difforme, interpretando quegli impegni come oneri
aggiuntivi da far pagare alle imprese. Si
ritiene perciò che gli strumenti tradizionali di
comando/controllo debbano essere integrati con strumenti
flessibili di orientamento del mercato - riforma del
sistema degli incentivi e disincentivi economici, riforma
fiscale in senso ecologico, internalizzazione dei costi
esterni, permessi negoziabili, certificazioni di
qualità, accordi volontari. In poche parole, si punta
al perseguimento degli obiettivi di sostenibilità
ecologica mediante un cambiamento del sistema delle
convenienze economiche che regolano i mercati: la
qualità ambientale deve convenire alle imprese. Non
sintravvedono alternative praticabili a questa
impostazione, non potendo ritenersi tali, né la
rimozione della crisi ambientale, né una penalizzazione
crescente delle imprese. Analoghe
esigenze di riforma valgono per il concreto agire
dellamministrazione pubblica. Gli attuali assetti
istituzionali non sono orientati alla soluzione dei
problemi che sono oggettivamente conflittuali,
connotati cioè dalla competizione tra usi e attività
diverse che insistono su matrici fisicamente limitate -,
ma li riflettono passivamente. Lazione
amministrativa si sviluppa in ambiti separati, tra i
quali di norma non cè convergenza di obiettivi e
indirizzi, né coordinamento, né collaborazione, ma
piuttosto rivendicazioni di poteri e competenze,
comportamenti dissonanti, reciproca interdizione; in
breve, una conflittualità che investe i diversi ambiti e
livelli di governo e produce un vero e proprio
scollamento istituzionale. Tali
questioni non si risolvono con mezzi tecnici o
burocratici, tavoli interinali, conferenze di servizio,
concertazioni; ma sul piano e con i mezzi della politica,
intesa nel suo significato progettuale di definizione di
obiettivi e di strategie coerenti. Come giungere nei
casi concreti a una sintesi politica che bilanci in modo
equilibrato e innovativo le diverse problematiche ed
esigenze prioritarie? Come incardinare la questione dello
sviluppo sostenibile nella politica generale del paese,
in quali momenti, con quali strumenti? Con quali
strategie politiche si può tentare di passare dal
conflitto alla condivisione di obiettivi, regole e
responsabilità tra gli attori? Comè
chiaro, non si tratta di ridurre lambito di
applicazione della VIA e neanche, allinverso, di
renderla più rigorosa (dovrebbe comunque esserlo, come
parte della normale progettazione tecnica); non basta
neanche introdurre la Valutazione ambientale
strategica - peraltro poco incisiva se non riferita
a un sistema di obiettivi prioritari - e nemmeno
identificare un dominus istituzionale, dal momento
che laffollamento della scena ambientale, in senso
orizzontale e verticale, è un elemento il più delle
volte ineliminabile. Occorre
un percorso politico/istituzionale nuovo, quale
quello tracciato nel documento Una strategia di
sviluppo sostenibile per lItalia
predisposto da Mario Signorino su incarico del Ministero
dellambiente, che è stato oggi distribuito e a cui
si rinvia per una trattazione approfondita delle
questioni. Tale documento costituisce un programma di
azione volto a inserire lindirizzo di sviluppo
sostenibile nella politica di governo, ridisegnando la
fase ascendente della decisione politica. Ne
segnaliamo i passaggi principali, il primo dei quali è
la costruzione di un quadro politico di riferimento
che possa orientare ed armonizzare lazione di
governo a tutti i livelli. Il che implica la definizione
e la condivisione degli obiettivi politici prioritari
verso cui indirizzare il sistema mediante scelte
operative coerenti. Nel
documento citato, vengono individuati i seguenti obiettivi
prioritari di sostenibilità ecologica e culturale:
I
successivi passaggi sono finalizzati alla traduzione
degli obiettivi prioritari nelle concrete pratiche di
governo: ·
linee-guida per lintegrazione e armonizzazione
delle politiche in riferimento, sia al merito, sia alle
procedure; ·
regole e azioni volte a promuovere sinergie tra i diversi
attori e i diversi livelli di governo, nonché un loro
orientamento convergente; ·
miglioramento dell attrezzatura per la
decisione politica e lattuazione. In proposito, il
documento attribuisce grande importanza alla definizione
di una procedura di verifica preventiva dellimpatto
complessivo - economico, ambientale, sociale,
amministrativo - dei provvedimenti; chiudendo così il
cerchio della decisione politica. A
fronte di simili questioni, la risposta della politica
non può essere una prova di forza risolutiva tra la
protesta ambientale e la ripresa delle grandi opere e
delledilizia in generale. Sarebbe oltretutto
controproducente, perché si provocherebbe una fiammata
di conflittualità e si regalerebbe definitivamente la
scena agli antagonisti più faziosi, ostacolando
la ricerca di soluzioni equilibrate. Nessuna
persona ragionevole può considerare il non decidere, il
ritardo cronico, un valore positivo, neanche dal punto di
vista della tutela ambientale; che peraltro non è
aprioristicamente incompatibile con le grandi opere. Ma
non è ragionevole neanche prendere i problemi per la
coda, discutere di manufatti invece che di scelte
politiche; né scaricare su un solo elemento la
protesta problemi che sono un prodotto di tutto il
sistema, delle sue disfunzioni, dellarretratezza
delle politiche pubbliche, dei labirinti del formalismo
burocratico. Quel che
serve non è una nuova dichiarazione di guerra ideologica
ma, una volta per tutte e in positivo, fare i conti con
la questione ambientale e creare le condizioni per
orientare il sistema verso la sostenibilità. Quanto ai
progetti dinvestimento occorre che, oltre alla
rapidità, venga garantita la qualità della decisione,
che dovrebbe essere allaltezza degli impatti
ambientali, economici e sociali che i grandi
investimenti generano ed essere comparata con gli
investimenti alternativi che preclude. Quando
si tratta di domanda di territorio, ci si riferisce
allinsieme delle politiche economiche e di settore
(trasporti, industria, agricoltura, terziario, turismo,
urbanizzazione, risorse idriche, rifiuti),
allinsieme delle problematiche ambientali,
paesaggistiche e culturali: elementi quasi sempre
conflittuali che possono essere governati solo disponendo
di un quadro di riferimento unitario. Questo passaggio
non può essere saltato, se si cercano risposte credibili
ai problemi delle opere pubbliche e del territorio; ed è
anche lunico terreno su cui si può fare un
confronto serio e realizzare un incontro tra i diversi
punti di vista, interessi, ruoli. Se ai
tavoli dove si decidono i progetti di sviluppo
intervengono attori istituzionali e sociali portatori di
missioni irriducibilmente in contrasto, non cè
possibilità di sintesi, ma solo di conflitto e, quindi,
di sconfitta di alcuni; oppure come capita sempre
più spesso, con la pratica del rinvio e la cattiva
qualità della progettazione - di tutti. Si producono
inoltre distorsioni che complicano ancor più i percorsi
della decisione politica e dellattuazione. In
assenza di un consenso preventivo sul se e sul perché
realizzare un certo progetto, o almeno sulle regole con
cui dirimere tali questioni pregiudiziali, si determinano
infatti conflittualità abnormi sulle modalità tecniche
di realizzazione, attraverso le quali si tenta di
rimettere in discussione la scelta. È così, ad esempio,
che molto spesso la VIA, da elemento tecnico della
progettazione, viene trasformata in strumento di lotta
politica, in freno. Perciò,
quando si pone come pregiudiziale la questione politica o
si sostiene lesigenza di una rottura con il passato
- e comunque di una sostanziale innovazione -, non si
pretende di paralizzare il paese, né di azzerarne
lattività. Ma si pone un problema irrisolto, che
va affrontato anche per garantire condizioni durevoli
allo sviluppo. Ci
sono domande alle quali la politica deve cominciare a
dare risposta. In quale tipo di paese vogliamo vivere? Quanto
territorio vogliamo distruggere per far posto a nuovi
insediamenti e infrastrutture; quale livello
dinquinamento riteniamo accettabile? E in nome di
quali politiche industriale, agricola, energetica,
del turismo, dei trasporti, dellinnovazione, e via
dicendo? In qual modo governo e parlamento vogliono
utilizzare le risorse pubbliche - economiche, culturali e
naturali? Quali obiettivi perseguono effettivamente?
Perché la ricerca sul cancro e su altre patologie
genetiche non è una priorità del sistema? Perché non
lo è la difesa del suolo, malgrado assorba rilevanti
risorse pubbliche (mai però per la prevenzione)? Queste
cose, le decide consapevolmente qualcuno o sono imposte
dalla ordinaria amministrazione? Ecco, noi
chiediamo che ci si confronti sulla base di una
visione complessiva delle priorità del paese, quanto
a infrastrutturazioni materiali e immateriali,
competitività, valorizzazione delle risorse
territoriali, sostenibilità ecologica dello sviluppo. E
che poi si decida di conseguenza, si rivedano le
politiche economiche e fiscali e quelle settoriali; si
passi infine a scelte conseguenti dinvestimento,
selezionate e graduate in riferimento alle limitate
risorse disponibili. E sulle scelte specifiche, chiediamo
che per prima cosa se ne dimostrino la necessità e la
fondatezza economica e, successivamente, che siano
comunque compatibili con linteresse generale,
compresa la tutela dellambiente. Per questo diciamo
che, prima delle grandi opere, cè bisogno di una
grande politica. Più in
chiaro: vogliamo un mercato forte, liberato da tutti i
fattori che distorcono la concorrenza, a cominciare dai
costi esterni ambientali, sociali, economici - che
ricadono sulla collettività anche attraverso i sussidi
ad attività fortemente inquinanti. Vogliamo un contesto
politico favorevole allimprenditorialità, nel
rispetto degli obiettivi di sostenibilità ecologica; e
una politica forte, che non occupi spazi impropri ed
eserciti in modo credibile le funzioni dindirizzo e
controllo. Chiediamo la massima semplificazione delle
procedure burocratiche, che fa bene al mercato, al
cittadino e allambiente; una chiara definizione
delle responsabilità decisionali e dei ruoli dei diversi
attori, con i relativi diritti e responsabilità; un
servizio di valutazione scientifica degno di un paese
moderno; un grande impegno nella promozione della
qualità e dellinnovazione. Sono
questi i temi che il nuovo governo dovrà affrontare fin
dalla fase di avvio. Esso dovrà cominciare con lo
svolgere un ruolo dignitoso in due scadenze vicine:
ladozione del Sesto Programma dazione
ambientale dellUnione Europea e la verifica nel
2002 dei risultati del negoziato globale a
dieci anni dalla Conferenza di Rio. Dovrà onorare tutti
gli impegni assunti dal nostro paese nellultimo
decennio; e decidere, ad esempio, se tali impegni debbano
costituire oneri aggiuntivi da far pagare alle imprese, o
se non sia meglio avviare quelle riforme economiche e
fiscali che lUnione Europea raccomanda per superare
le due maggiori distorsioni delle economie europee: il
sottoutilizzo della risorsa lavoro e il consumo eccessivo
di risorse ambientali. E se non
si vorranno ripetere i fallimenti del passato, tali
questioni non potranno essere delegate
alliniziativa, per forza di cose limitata, di un
ministro, ma dovranno impegnare il governo nel suo
insieme. Né si potranno assumere le decisioni politiche
prescindendo da considerazioni ambientali, per poi
appiccicarci sopra qualcosa di verde. Così
si è fatto in passato, ma oggi si chiede molto di più:
si chiede un cambiamento di tutte le politiche di governo
per adeguarle alle esigenze di qualità ambientale e
culturale che sono proprie di un paese evoluto. Si chiede
un progetto di rinnovamento profondo della politica,
delleconomia e della società italiane. È questo
lo sviluppo sostenibile:
buongoverno e responsabilità verso il pianeta e il suo
futuro. Malgrado
i suoi ritardi, lItalia è al vertice della
gerarchia degli stati; non è un paese sottosviluppato,
né una di quelle nazioni dellEst appena uscite dal
comunismo e oppresse da problemi tremendi, anche in campo
ambientale. Un paese altamente sviluppato del G8 e
dellUnione Europea ha delle responsabilità cui non
può rinunciare: tener fede agli impegni internazionali,
dare il proprio contributo alla soluzione delle crisi
ambientali globali e, allinterno, orientare il
sistema nazionale verso ambiziosi obiettivi di qualità
ambientale e culturale. Non ha
senso riproporre politiche vecchie di cinquantanni.
A questa Italia bisogna garantire una politica di
serie A, in cui nessuno degli obiettivi prioritari
sviluppo economico, sostenibilità ecologica,
qualità sociale e culturale, sicurezza - sia subordinato
agli altri ma, al contrario, ciascuno di essi trovi la
giusta valorizzazione allinterno di un
compromesso virtuoso e durevole. |
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